Alimentazione in caso di candidosi: inquadramento generale
La candidosi è una condizione multifattoriale causata dalla proliferazione eccessiva di lieviti del genere Candida, in particolare Candida albicans, normalmente presenti come commensali nel microbiota umano. In condizioni fisiologiche, questi microrganismi convivono in equilibrio con l’ospite senza determinare sintomi; tuttavia, quando tale equilibrio si altera, la Candida può assumere un comportamento opportunistico e contribuire alla comparsa di manifestazioni cliniche localizzate o sistemiche.
Negli ultimi anni, l’interesse verso il ruolo dell’alimentazione nella candidosi è cresciuto in modo significativo, sia in ambito clinico sia nella divulgazione online. Questo ha portato alla diffusione di numerosi approcci nutrizionali, spesso molto restrittivi, che promettono di “eliminare” la Candida attraverso la dieta. Tuttavia, la realtà scientifica è più complessa e richiede un inquadramento rigoroso per distinguere ciò che è supportato da evidenze da ciò che deriva da interpretazioni semplificate o non validate.
Dal punto di vista istituzionale, l’alimentazione in caso di candidosi non può essere considerata una terapia sostitutiva del trattamento medico, ma rappresenta un possibile intervento di supporto, inserito in un contesto più ampio che comprende diagnosi, farmacoterapia quando indicata e valutazione dello stato generale dell’individuo. La nutrizione agisce infatti su vari livelli: disponibilità di substrati metabolici, modulazione del microbiota, stato infiammatorio e funzione immunitaria.
Questo contributo nasce con l’obiettivo di fornire un quadro chiaro e basato sulle conoscenze scientifiche disponibilisul rapporto tra alimentazione e candidosi. L’intento non è proporre protocolli dietetici standardizzati, ma analizzare in modo critico il razionale biologico e i dati presenti in letteratura, chiarendo quali aspetti dell’intervento nutrizionale possono avere una rilevanza clinica e quali, invece, richiedono cautela nell’interpretazione.
Candidosi: cos’è e perché l’alimentazione è rilevante
La candidosi è un’infezione sostenuta da lieviti appartenenti al genere Candida, principalmente Candida albicans, microrganismo normalmente presente a livello intestinale, cutaneo e delle mucose. In condizioni di equilibrio, la Candida fa parte del microbiota umano senza determinare effetti patologici; la candidosi insorge quando questo equilibrio viene alterato e il lievito acquisisce un vantaggio proliferativo.
I fattori che favoriscono la candidosi sono molteplici e includono l’uso di antibiotici, terapie immunosoppressive, alterazioni ormonali, patologie metaboliche, stress cronico e cambiamenti significativi dello stile di vita. In questo contesto complesso, l’alimentazione non rappresenta una causa diretta, ma può contribuire a creare un ambiente più o meno favorevole alla crescita della Candida.
Il razionale dell’intervento nutrizionale nella candidosi si basa su alcuni presupposti biologici. La disponibilità di nutrienti, in particolare carboidrati semplici e fonti rapidamente fermentabili, può influenzare l’attività metabolica del lievito. Allo stesso tempo, la dieta modula la composizione del microbiota intestinale, che svolge un ruolo chiave nella competizione microbica e nel controllo della crescita di microrganismi opportunisti come la Candida.
Un ulteriore elemento di interesse è il legame tra alimentazione, infiammazione e funzione immunitaria. Stati infiammatori cronici e disfunzioni della barriera intestinale sono stati associati a una maggiore suscettibilità alle infezioni opportunistiche. In questo senso, la nutrizione può intervenire indirettamente, sostenendo l’equilibrio del sistema immunitario e dell’ecosistema intestinale, piuttosto che agendo in modo diretto sul patogeno.
È importante sottolineare che l’interesse per l’alimentazione nella candidosi nasce da osservazioni cliniche e da studi sperimentali, ma non giustifica semplificazioni eccessive. La Candida non può essere “eliminata” attraverso la dieta, né esistono alimenti in grado di curare l’infezione. L’alimentazione assume invece un ruolo di supporto, potenzialmente utile nel ridurre i fattori che favoriscono la proliferazione del lievito e nel migliorare il contesto metabolico e microbico dell’ospite.
Evidenze scientifiche sul ruolo della nutrizione nella candidosi
Quando si analizza il rapporto tra alimentazione e candidosi dal punto di vista scientifico, è necessario fare una distinzione chiara tra ciò che è supportato da evidenze sperimentali e cliniche e ciò che deriva da osservazioni empiriche o da ipotesi biologicamente plausibili ma non definitivamente confermate. La letteratura disponibile sul tema è eterogenea e, in molti casi, indiretta.
Gran parte degli studi sulla Candida albicans si concentra su modelli in vitro o su modelli animali, nei quali è possibile osservare come la disponibilità di specifici nutrienti influenzi la crescita, la virulenza e la capacità di adesione del lievito alle mucose. Queste ricerche mostrano che la Candida utilizza efficacemente diverse fonti di carbonio, in particolare glucosio e altri zuccheri semplici, e che ambienti ricchi di tali substrati possono favorirne l’attività metabolica. Tuttavia, la traduzione diretta all’organismo umano richiede cautela, poiché il contesto intestinale è molto più complesso e regolato da numerosi fattori.
Gli studi clinici sull’uomo che valutano l’impatto di specifici interventi nutrizionali nella candidosi sono limitati e spesso non standardizzati. In molti casi si tratta di osservazioni su piccoli campioni, senza gruppi di controllo adeguati o con protocolli dietetici molto diversi tra loro. Questo rende difficile trarre conclusioni definitive sull’efficacia di particolari schemi alimentari nel trattamento o nella prevenzione della candidosi.
Nel complesso, le evidenze disponibili suggeriscono che la nutrizione possa influenzare il contesto biologico in cui la candidosi si sviluppa, ma non supportano l’idea di una “dieta anticandida” come intervento terapeutico autonomo. L’approccio nutrizionale trova quindi il suo razionale come strategia di supporto, integrata in un percorso clinico più ampio e basata su principi di equilibrio metabolico, piuttosto che su restrizioni estreme o protocolli universali.
Alimentazione e controllo della proliferazione della Candida
Il razionale dell’intervento nutrizionale nella candidosi si basa principalmente sul tentativo di ridurre i fattori ambientali che favoriscono la proliferazione della Candida, senza alterare negativamente l’equilibrio nutrizionale complessivo dell’organismo. È importante chiarire che la Candida è un microrganismo metabolicamente flessibile, in grado di adattarsi a diverse condizioni ambientali, e che la sua crescita non dipende da un singolo nutriente isolato.
Dal punto di vista biologico, la disponibilità di carboidrati facilmente fermentabili rappresenta uno dei fattori più studiati. In condizioni sperimentali, elevate concentrazioni di zuccheri semplici possono stimolare l’attività metabolica della Candida e favorire la transizione verso forme più invasive. Tuttavia, nell’organismo umano, questi effetti sono modulati da molteplici fattori, tra cui il microbiota, la risposta immunitaria e la velocità di assorbimento dei nutrienti.
L’alimentazione può quindi agire non tanto “affamando” direttamente la Candida, quanto modificando il contesto biologico in cui essa vive. Un apporto nutrizionale equilibrato, che eviti eccessi di zuccheri semplici e promuova la stabilità glicemica, contribuisce a ridurre le oscillazioni metaboliche che possono favorire stati infiammatori e disbiosi. In questo senso, il controllo della proliferazione della Candida passa attraverso il sostegno all’omeostasi dell’ospite, più che attraverso l’eliminazione selettiva di specifici alimenti.
Un altro aspetto rilevante riguarda l’integrità della barriera intestinale. Alterazioni della permeabilità intestinale e processi infiammatori cronici possono facilitare l’interazione tra Candida e sistema immunitario, contribuendo alla persistenza dei sintomi. L’alimentazione, fornendo nutrienti essenziali per il mantenimento della mucosa intestinale e per la funzione immunitaria, può avere un ruolo indiretto ma significativo nel contenimento della proliferazione fungina.
Nel complesso, l’intervento nutrizionale mirato al controllo della Candida non si configura come una strategia di soppressione del microrganismo, bensì come un insieme di scelte alimentari orientate a ristabilire condizioni di equilibrio metabolico e microbico. Questo approccio risulta coerente con le evidenze disponibili e rappresenta la base per un supporto nutrizionale razionale nella gestione della candidosi.
Zuccheri, carboidrati e candidosi: cosa emerge dagli studi
Il rapporto tra zuccheri, carboidrati e candidosi è uno degli aspetti più dibattuti sia in ambito scientifico sia nella divulgazione nutrizionale. L’attenzione verso questi nutrienti nasce dal fatto che Candida albicans utilizza i carboidrati come principale fonte energetica e che, in condizioni sperimentali, la disponibilità di glucosio può influenzarne la crescita e l’espressione di fattori di virulenza.
Studi in vitro hanno dimostrato che elevate concentrazioni di zuccheri semplici possono favorire l’adesione della Candida alle cellule epiteliali e la transizione verso forme filamentose, considerate più invasive. Tuttavia, questi risultati non possono essere trasferiti in modo diretto all’organismo umano, dove l’assorbimento dei carboidrati avviene prevalentemente nell’intestino tenue e la disponibilità di glucosio libero a livello intestinale è fortemente regolata.
Dal punto di vista clinico, non esistono evidenze solide che dimostrino che l’eliminazione totale dei carboidrati o degli zuccheri sia in grado di risolvere una candidosi. Le diete estremamente restrittive, spesso proposte come “anticandida”, non trovano un supporto scientifico robusto e possono comportare squilibri nutrizionali, alterazioni del microbiota e riduzione dell’aderenza nel lungo periodo.
Ciò che emerge con maggiore coerenza dalla letteratura è il ruolo degli eccessi, piuttosto che dei singoli nutrienti. Un’alimentazione caratterizzata da un alto apporto di zuccheri semplici e da un carico glicemico elevato è associata a uno stato metabolico e infiammatorio che può favorire disbiosi e ridurre l’efficienza dei meccanismi di controllo dell’ecosistema microbico. In questo contesto, la Candida può trovare condizioni più favorevoli per proliferare, non tanto per l’effetto diretto degli zuccheri, quanto per l’alterazione dell’equilibrio complessivo.
L’approccio nutrizionale più coerente con le evidenze disponibili non prevede quindi l’eliminazione dei carboidrati, ma una loro gestione razionale. La riduzione degli zuccheri semplici, l’attenzione alla qualità delle fonti glucidiche e il mantenimento di una stabilità glicemica rappresentano strategie più sostenibili e scientificamente plausibili rispetto a restrizioni estreme. Questo orientamento consente di supportare l’equilibrio metabolico e microbico dell’organismo, senza attribuire alla dieta un ruolo terapeutico che, allo stato attuale delle conoscenze, non può essere giustificato.
Alla luce di quanto emerso sul rapporto tra zuccheri, carboidrati e candidosi, è utile ricondurre l’intervento nutrizionale a una lettura strutturata e razionale. Piuttosto che concentrarsi su singoli alimenti o su esclusioni rigide, l’approccio nutrizionale trova il suo senso nella gestione dei fattori che influenzano l’equilibrio metabolico, microbico e infiammatorio dell’organismo. La tabella seguente riassume le principali aree di intervento nutrizionale nella candidosi, chiarendo il razionale biologico sottostante e gli obiettivi realistici dell’alimentazione come supporto al percorso clinico.
Area di intervento
Razionale biologico
Obiettivo nutrizionale
Zuccheri e carboidrati
La Candida utilizza diverse fonti di carbonio e risponde agli eccessi glicemici in un contesto metabolico e microbico alterato.
Ridurre gli eccessi di zuccheri semplici e favorire la stabilità glicemica, senza eliminazioni drastiche.
Microbiota intestinale
Un microbiota equilibrato esercita un effetto di competizione nei confronti dei microrganismi opportunisti.
Supportare la diversità microbica e la funzionalità intestinale attraverso scelte alimentari equilibrate.
Stato infiammatorio
Stati infiammatori cronici possono favorire disbiosi e alterare i meccanismi di controllo microbico.
Limitare i fattori nutrizionali associati a infiammazione persistente e stress metabolico.
Equilibrio nutrizionale
Restrizioni prolungate possono compromettere funzione immunitaria e integrità della barriera intestinale.
Mantenere un adeguato stato nutrizionale generale, evitando carenze e approcci estremi.
Microbiota intestinale, dieta e candidosi
Il microbiota intestinale rappresenta uno dei principali fattori di controllo naturale della Candida nell’organismo umano. In condizioni di equilibrio, la comunità microbica intestinale esercita un effetto di competizione nei confronti dei microrganismi opportunisti, limitandone la crescita attraverso meccanismi che includono la competizione per i nutrienti, la produzione di metaboliti antimicrobici e la modulazione della risposta immunitaria locale.
Numerosi studi hanno evidenziato come le alterazioni del microbiota, comunemente definite disbiosi, siano associate a una maggiore suscettibilità alle infezioni opportunistiche, inclusa la candidosi. L’uso di antibiotici ad ampio spettro rappresenta uno degli esempi più chiari di questo legame: la riduzione della diversità batterica intestinale può favorire la crescita eccessiva di Candida albicans, non perché la dieta cambi improvvisamente, ma perché viene meno il controllo esercitato dai microrganismi competitori.
L’alimentazione è uno dei principali determinanti della composizione e funzionalità del microbiota. Pattern dietetici poveri di fibre e ricchi di alimenti ultra-processati sono stati associati a una riduzione della diversità microbica e a una minore produzione di metaboliti benefici, come gli acidi grassi a corta catena. Questi composti svolgono un ruolo chiave nel mantenimento dell’integrità della barriera intestinale e nella regolazione dell’infiammazione, due aspetti rilevanti anche nel contesto della candidosi.
È importante sottolineare che il microbiota non agisce in modo isolato, ma come parte di un sistema complesso che coinvolge il sistema immunitario e l’epitelio intestinale. Un’alimentazione equilibrata, che supporti la diversità microbica e la funzionalità intestinale, può contribuire indirettamente a creare condizioni meno favorevoli alla proliferazione della Candida. Questo effetto non è immediato né specifico, ma si inserisce in una strategia di supporto a lungo termine.
Nel complesso, il legame tra microbiota, dieta e candidosi rafforza l’idea che l’intervento nutrizionale debba essere orientato al ripristino dell’equilibrio dell’ecosistema intestinale, piuttosto che alla ricerca di soluzioni rapide o eliminazioni drastiche. Questo approccio risulta più coerente con le evidenze scientifiche disponibili e più sostenibile nel tempo.
Approccio nutrizionale integrato nella gestione della candidosi
Alla luce delle evidenze disponibili, l’intervento nutrizionale nella candidosi deve essere interpretato come parte di un approccio integrato e non come un trattamento isolato. La nutrizione non sostituisce la diagnosi medica né le eventuali terapie farmacologiche, ma può contribuire a creare un contesto fisiologico più favorevole al recupero dell’equilibrio microbico e alla riduzione dei fattori predisponenti.
Un approccio nutrizionale razionale nella candidosi si fonda innanzitutto sul mantenimento di un adeguato stato nutrizionale generale. Restrizioni alimentari severe o prolungate possono compromettere la funzione immunitaria, alterare ulteriormente il microbiota intestinale e aumentare il rischio di carenze nutrizionali, con un potenziale effetto controproducente. Per questo motivo, la gestione nutrizionale deve essere orientata all’equilibrio piuttosto che all’eliminazione indiscriminata di alimenti.
Nel contesto clinico, la nutrizione può intervenire su più livelli: supporto alla stabilità metabolica, riduzione degli eccessi nutrizionali che favoriscono stati infiammatori, sostegno alla funzionalità intestinale e al microbiota. Questo significa privilegiare pattern alimentari complessivamente bilanciati, adattati alle condizioni individuali e sostenibili nel tempo, evitando protocolli standardizzati applicati in modo automatico.
Un elemento centrale dell’approccio integrato è la collaborazione tra le diverse figure sanitarie coinvolte. La gestione della candidosi richiede spesso un coordinamento tra medico, nutrizionista e, quando necessario, altri specialisti, affinché l’intervento nutrizionale sia coerente con il quadro clinico e con le terapie in corso. In questo scenario, la nutrizione assume un ruolo di supporto funzionale, contribuendo al miglioramento del contesto biologico generale senza sovrapporsi impropriamente all’ambito terapeutico.
In sintesi, l’approccio nutrizionale integrato nella candidosi non mira alla “cura attraverso la dieta”, ma al sostegno dell’omeostasi dell’organismo. Questa impostazione, basata su prudenza scientifica e personalizzazione, rappresenta la strategia più coerente con le conoscenze attuali e con una corretta pratica clinica.
Limiti delle diete “anticandida” e considerazioni critiche
Negli ultimi anni si è diffusa un’ampia letteratura divulgativa che propone diete cosiddette “anticandida”, spesso caratterizzate da eliminazioni drastiche di zuccheri, carboidrati, lieviti, frutta, latticini e talvolta interi gruppi alimentari. Questi approcci si basano sull’idea che sia possibile “affamare” la Candida attraverso la dieta, riducendone la crescita fino alla sua eliminazione. Tuttavia, questa impostazione presenta numerosi limiti dal punto di vista scientifico e clinico.
Il primo limite riguarda la mancanza di standardizzazione e di validazione scientifica. Le diete anticandida proposte online o in testi divulgativi differiscono notevolmente tra loro per durata, grado di restrizione e alimenti consentiti o vietati. Questa eterogeneità riflette l’assenza di linee guida ufficiali o di evidenze cliniche solide che ne supportino l’efficacia come strategia terapeutica. Ad oggi, non esistono studi clinici controllati di buona qualità che dimostrino che tali diete siano in grado di risolvere una candidosi.
Un secondo aspetto critico riguarda il rischio nutrizionale. Le restrizioni prolungate di carboidrati, frutta o altri gruppi alimentari possono portare a un apporto insufficiente di fibre, vitamine e micronutrienti essenziali. Paradossalmente, questo può avere un impatto negativo proprio su quei sistemi — microbiota intestinale e funzione immunitaria — che giocano un ruolo chiave nel controllo della Candida. In questo senso, alcune diete anticandida rischiano di peggiorare il contesto biologico che vorrebbero migliorare.
Dal punto di vista fisiologico, inoltre, l’idea di eliminare la Candida tramite la dieta non è coerente con le conoscenze attuali. La Candida è un commensale dell’organismo umano e possiede una notevole flessibilità metabolica, che le consente di adattarsi a diverse condizioni nutrizionali. La sua presenza non può essere azzerata attraverso l’alimentazione, né questo rappresenterebbe un obiettivo realistico o desiderabile.
Infine, va considerato l’impatto psicologico e comportamentale di questi approcci. Le diete estremamente restrittive possono aumentare il senso di controllo e colpa legato al cibo, ridurre l’aderenza nel lungo periodo e favorire cicli di rigidità e abbandono. In un contesto istituzionale e scientifico, è quindi fondamentale adottare una posizione critica e prudente, chiarendo che l’alimentazione può svolgere un ruolo di supporto nella candidosi, ma non deve essere trasformata in una terapia fai-da-te o in un insieme di divieti non giustificati dalle evidenze.
Quando l’intervento nutrizionale è indicato e quando no
L’analisi del rapporto tra alimentazione e candidosi evidenzia come la nutrizione non possa essere considerata una terapia in senso stretto, ma rappresenti un importante strumento di supporto all’interno di un approccio clinico più ampio e strutturato. Le evidenze scientifiche disponibili mostrano che l’alimentazione può influenzare il contesto metabolico, infiammatorio e microbico dell’organismo, contribuendo a modulare le condizioni che favoriscono la proliferazione della Candida. Proprio per questo è fondamentale che le scelte nutrizionali siano guidate da competenze specifiche e non da indicazioni generiche o fai da te.
Allo stato attuale delle conoscenze, non esistono protocolli alimentari standardizzati in grado di risolvere la candidosi in modo autonomo. Gli approcci più coerenti sono quelli personalizzati, orientati all’equilibrio e alla sostenibilità, che tengono conto della storia clinica, dei sintomi e dello stile di vita della persona. In questo contesto, il supporto di un nutrizionista qualificato consente di impostare un percorso alimentare ragionato, evitando restrizioni inutili o strategie prive di fondamento scientifico.
È altrettanto importante che l’intervento nutrizionale venga inserito in un percorso basato su una diagnosi corretta e, quando necessario, integrato con il trattamento medico. Affidarsi a professionisti permette di evitare ritardi, errori di interpretazione e approcci inefficaci, lavorando invece su una strategia integrata e clinicamente appropriata.
Se sospetti una candidosi o se stai già affrontando questa condizione, contattare Nutrizione Sana significa poter contare su un supporto professionale, basato sull’evidenza e orientato alla tua situazione specifica. Un confronto diretto con un nutrizionista può aiutarti a chiarire i dubbi, valutare il quadro complessivo e impostare un percorso nutrizionale coerente con i tuoi reali bisogni.
Affidati a Nutrizione Sana per un supporto mirato in caso di candidosi
L’analisi del rapporto tra alimentazione e candidosi evidenzia come la nutrizione non possa essere considerata una terapia in senso stretto, ma rappresenti un possibile strumento di supporto all’interno di un approccio clinico più ampio e strutturato. Le evidenze scientifiche disponibili indicano che la dieta può influenzare il contesto metabolico, infiammatorio e microbico dell’organismo, contribuendo indirettamente a modulare le condizioni che favoriscono la proliferazione della Candida.
Allo stato attuale delle conoscenze, non esistono protocolli alimentari standardizzati in grado di prevenire o risolvere la candidosi in modo autonomo. Gli approcci nutrizionali più coerenti con la letteratura sono quelli orientati all’equilibrio, alla sostenibilità e alla personalizzazione, evitando restrizioni estreme e semplificazioni che non trovano conferma scientifica. In questo quadro, la gestione degli eccessi nutrizionali, il supporto al microbiota intestinale e il mantenimento di un adeguato stato nutrizionale generale assumono un ruolo centrale.
È fondamentale che l’intervento nutrizionale venga inserito in un percorso basato sulla diagnosi corretta e sull’integrazione con il trattamento medico quando indicato. Attribuire alla dieta un ruolo terapeutico esclusivo espone al rischio di ritardi diagnostici, inefficacia clinica e potenziali conseguenze negative sullo stato di salute generale.
Un approccio istituzionale e basato sull’evidenza alla candidosi richiede quindi una comunicazione chiara e responsabile: la nutrizione può contribuire a migliorare il terreno biologico dell’ospite, ma deve essere utilizzata come parte di una strategia integrata, guidata da criteri di appropriatezza clinica e supportata dalle migliori conoscenze scientifiche disponibili.
FAQ su alimentazione e candidosi
Risposte brevi e chiare alle domande più comuni, basate su un approccio responsabile e coerente con le evidenze disponibili
L’alimentazione può curare la candidosi?
No, la nutrizione non è una terapia in senso stretto. Può però supportare un percorso più ampio, contribuendo a migliorare il contesto metabolico e infiammatorio e a sostenere l’equilibrio dell’organismo.
Esiste una dieta standard valida per tutti contro la candidosi?
No, allo stato attuale non esistono protocolli alimentari standardizzati in grado di risolvere la candidosi in modo autonomo. Gli approcci più sensati sono quelli personalizzati e sostenibili.
Perché le restrizioni estreme non sono consigliate?
Perché spesso non sono supportate da evidenze solide e possono diventare difficili da mantenere, portando a squilibri nutrizionali, stress e peggioramento dell’aderenza nel tempo.
Che ruolo ha il microbiota intestinale nella candidosi?
Il microbiota è parte dell’equilibrio microbico dell’organismo. Scelte alimentari coerenti possono supportare questo equilibrio e contribuire indirettamente a modulare le condizioni favorevoli alla proliferazione della Candida.
La dieta influisce su infiammazione e metabolismo in caso di candidosi?
Sì, l’alimentazione può influenzare il contesto metabolico e infiammatorio dell’organismo. Per questo viene considerata un supporto utile all’interno di un approccio integrato e clinicamente appropriato.
Quando è importante una diagnosi corretta?
È fondamentale sempre, perché attribuire alla dieta un ruolo esclusivo espone al rischio di ritardi diagnostici e inefficacia clinica. La strategia va costruita su criteri di appropriatezza clinica.
La nutrizione può sostituire il trattamento medico?
No, quando è indicato un trattamento medico, la nutrizione non lo sostituisce. Può affiancarlo come supporto, all’interno di una strategia integrata guidata da professionisti.
Qual è l’approccio più corretto alla candidosi dal punto di vista nutrizionale?
Un approccio basato sull’evidenza, equilibrato e personalizzato. L’obiettivo è sostenere lo stato nutrizionale generale, gestire gli eccessi e lavorare su scelte alimentari coerenti e sostenibili nel tempo.
Fonti
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Makki K., Deehan E.C., Walter J., Bäckhed F. The impact of dietary fiber on gut microbiota in host health and disease. Cell Host & Microbe.
World Gastroenterology Organisation (WGO). Guidelines on the intestinal microbiota and health.
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