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DCA e COVID-19: il virus ha influito sui Disturbi del Comportamento Alimentare?

DCA fiocchetto lilla

Il 15 marzo 2021 ricorre la X Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla: questa giornata è nata su iniziativa di un padre che nel 2011 perse sua figlia per bulimia.

Il desiderio di questo padre è stato quello di trasformare il dolore in un messaggio di speranza, un filo che unisca, aggreghi, non faccia sentire soli e aumenti l’informazione e la sensibilizzazione sul tema.
Non solo, l’intento è anche quello di ingrandire la rete di professionisti e servizi che si occupano di Disturbi Alimentari, con la consapevolezza che queste patologie rendono soli e che da soli non possiamo sconfiggerle. 

Cosa sono i DCA?

I principali Disturbi del Comportamento Alimentare sono l’anoressia, la bulimia e il disturbo da binge-eating o da alimentazione incontrollata.

Negli ultimi anni stanno aumentando i casi di ortoressia, una sorta di ossessione per il mangiar sano, e la vigoressia ossia l’ossessione per l’esercizio fisico e il tono muscolare. 

Il COVID-19 ha influito sui DCA?

La risposta è sì e non poco.

Ad aggravare il quadro già complesso dei DCA, le restrizioni a cui la pandemia da Covid-19 ci ha sottoposti e continua a sottoporci hanno fatto registrare un incremento del 30% dell’incidenza dei casi di Disturbi del Comportamento Alimentare.

In particolare, quale ruolo può aver avuto la pandemia nell’aumentare la frequenza di questi disturbi?

1. Potrebbe aver peggiorato la situazione di chi già soffriva di un disturbo alimentare

L’isolamento sociale e la paura di contrarre il virus potrebbero aver peggiorato la condizione di chi già soffriva di questi disturbi.

Sappiamo infatti che il bisogno di controllo è un elemento spesso presente in persone che soffrono di un disturbo alimentare. La situazione di grande incertezza correlata alla pandemia, potrebbe portare al bisogno di aumentare il controllo sul cibo.
È come se in un momento in cui tutto sembra essere imprevedibile e incontrollabile, l’unica cosa sotto il nostro controllo diventasse decidere cosa (non) mangiare.

Inoltre la chiusura delle palestre ha contribuito ad aumentare la paura di prendere peso, portando così ad ulteriori restrizioni alimentari. 

Non dimentichiamoci poi che l’età di insorgenza tipica per questi disturbi è l’adolescenza. In questi mesi i ragazzi si sono visti costretti a forzate e prolungate convivenze con i familiari, senza la possibilità di trovare spazi di dialogo e confronto con i propri coetanei. Le situazioni di tensione familiare possono quindi essere un fattore che ha contribuito a peggiorare il disturbo, ove già presente. 

Infine, per molti mesi abbiamo ricevuto tutti una grande sollecitazione a cucinare e ad avere grandi scorte di cibo sempre presenti in casa, anche solo per evitare di doversi recare ripetutamente al supermercato. Questa disponibilità aumenta in modo esponenziale la vulnerabilità a compiere delle abbuffate, aumentando anche il rischio di ricorrere poi a una serie di meccanismi per il controllo del peso. 

2. Potrebbe aver reso più probabile sviluppare un disturbo 

Alcune difficoltà nella gestione delle nostre emozioni, probabilmente già presenti prima della pandemia, sommate alla protratta condizione di stress a cui siamo sottoposti da oltre un anno, potrebbero averci resi più fragili e vulnerabili a perdere il controllo delle nostre azioni. 

È molto comune aver cercato nel cibo un conforto ai nostri momenti di difficoltà, una consolazione o anche solo un passatempo. La solitudine e la preoccupazione per noi e per i nostri cari possono aver giocato un ruolo rilevante nel farci sperimentare emozioni spiacevoli che in passato riuscivamo a gestire svagandoci e che adesso non siamo certi di riuscire a tollerare.

Chi soffre di un disturbo alimentare sperimenta spesso vissuti di solitudine e vergogna e ha l’impressione di trovarsi da solo in una sorta di prigione in cui tutto lo spazio è assorbito dai pensieri sul cibo e sul corpo. In questi casi il cibo assume dei significati personali e diventa un mezzo per comunicare un disagio profondo.

È importante quindi cercare il modo di dare voce a quel disagio, capendo da dove arriva e cosa ci vuole comunicare.

Chiedere aiuto a un professionista è fondamentale per riuscire ad uscire da questa prigione e percorrere insieme il viaggio che permetterà di tornare ad essere liberi.

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